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L’allocazione dell’edilizia d’emergenza rischia di diventare un doppio sfregio: all’identità culturale dei singoli cittadini aquilani sfollati che saranno in gran parte deportati ai margini del territorio comunale, e al territorio rurale che verrà deturpato da un’architettura dai connotati urbani.

I poteri istituzionali locali dovrebbero farsi carico di una strategia che li configuri alla stregua di numi tutelari del genius loci . Questa al momento - riguardo l’allocazione sul territorio dell’edilizia di emergenza - può essere individuata nella necessità di adottare criteri di prossimità alla cinta della periferia urbana, come strumento di preservazione identitaria della città e come tutela dal rischio di territorializzazione dello spazio rurale comunale con artefatti dai connotati urbani che rischiano di stravolgerne la vocazione “verde”. Se per il territorio urbano dovrebbe valere il principio “nuovi condomini ecosostenibili il più vicino possibile alla città per far restare tutti gli aquilani accanto a L’Aquila”, per il territorio rurale sarebbe opportuno basarsi sul “fare casette di legno per gli sfollati del paese, vicino al paese”. C’è altro modo per armonizzare questi nuovi e necessari artefatti di emergenza con la varietà delle peculiarità geografiche del comune?

Dalla visione della collocazione prevista per l’edilizia d’emergenza post-terremoto sul territorio del comune dell’Aquila non può non trasparire una forte perplessità riguardo al fatto che la maggior parte dei siti appaiono lontani dal territorio urbano, dislocati in aree rurali del comune. Considerando che gran parte degli sfollati abitava a L’Aquila, nella città dell’Aquila, questo pone gravi dubbi su due ordini di questioni: prima di tutto gran parte di chi viveva in territorio urbano sarà costretto a una deportazione lontano dalla città, poi di conseguenza i territori rurali subiranno l’impatto di un’edilizia che non manifesta armonia nei confronti delle peculiarità qualitative dei luoghi in cui verrà imposta (basti pensare che molti di questi palazzi condominiali finiranno in aree del Parco Nazionale d’Abruzzo). Chi ha progettato quest’operazione ha idea che lo spazio comunale aquilano non è omogeneo, trattabile solo in termini quantitativi, ma presenta un’eterogeneità tra territori urbani e territori rurali, che risponde a diverse qualità dei luoghi? Ha idea che questo criterio di demarcazione - il rispetto reciproco della varietà degli ambiti urbani e di quelli rurali - dovrebbe porsi assolutamente come primo punto in un’individuazione che tenga conto degli aspetti qualitativi del vivere?

Stando alle dichiarazioni riportate si evince che le richieste del sindaco per l'individuazione delle aree sono state tre: “No alla New Town, distribuire sul territorio i nuovi insediamenti e localizzarli il più vicino possibile alle frazioni” . Localizzarli il più possibile vicino alle frazioni? Sarebbe forse stato più assennato dire “localizzare gli edifici con caratteristiche architettoniche urbane il più vicino possibile alla città consentendo a tutti gli aquilani di restare limitrofi alla città, pensando per le frazioni un’edilizia sostenibile dal punto di vista paesaggistico e identitario”. Inoltre tale dichiarazione chiarisce, una volta per tutte, che ai poteri istituzionali locali è stato riconosciuto un ruolo nella localizzazione, e quindi una responsabilità (che non può essere attribuita solo alla Protezione Civile sostenendo che “decidono tutto dall’alto senza ascoltarci”). Tra l’altro le commissioni che il Comune ha indetto per discutere della questione hanno visto dibattiti sull’argomento orientati essenzialmente in base alla dicotomia privato/pubblico riguardo alla proprietà dei terreni (ossia in base a una visione utilitaristica in cui questo o quel consigliere difende questo o quel terreno). Tale orientamento rivela una disattenzione al livello esistenziale, qualitativo, esprimibile nei distinguo vicino/lontano e alla relazione tra forma abitativa e caratteristiche del luogo.

Riguardo poi il fatto, poco discutibile, che si siano seguiti criteri di scelta ispirati alle caratteristiche idrogeologiche e sismiche dei suoli sorge un dubbio che, vedendo una cartina geografica che rappresenta degli aggregati sistemati ai margini del comune più che a quelli della città, resta molto forte: quanti suoli comunque adatti e più vicini alla città sono stati risparmiati per renderli disponibili ad altri appetiti? Non e lecito chiedersi se in qualche misura tali criteri siano stati utilizzati solo dopo una pre-selezione fatta in base a criteri clientelari? Inoltre disgraziatamente la pratica degli espropri porta a una polarizzazione del territorio: da un lato gli sfortunati che si vedono la terra portata via “per un tozzo di pane” (si parla di sei, dieci euro a metro quadro, il costo di un panino al bar o poco più); dall’altro i proprietari dei terreni risparmiati vicini si proporranno a breve probabilmente a duecento e più euro a metro quadro. Non si tratta della brutta figura di fronte ai media che in questi giorni ritraggono semplicisticamente gli abruzzesi che non vogliono dare la terra per far fare le case allo stato: la questione andrebbe posta, non da una prospettiva sottolineante l’egoismo, ma dal verso che possa far emergere l’ingiustizia del “mors tua-vita mea” insito in questo dispositivo perversamente inequo. In tale scenario l’arricchimento di alcuni è complementare, dipendente dalla sfortuna di altri. Solo alzare i prezzi degli espropri e porre un limite a quelli dei terreni edificabili futuri potrebbe portare a un antitodo contro questa penosa commediola dello sciacallaggio interno. Personalmente sospetto che, se avessero pagato i terreni in questione in modo profumato, l’edilizia d’emergenza sarebbe venuta a finire incollata alla città.

Venendo alla questione dell’identità cittadina andrebbe compresa a fondo l’opportunità, probabilmente necessaria, di seguire un insieme di criteri ispirati a principi di prossimità rispetto alla localizzazione abitativa antecedente al sisma. Questa soluzione potrebbe farsi strumento di preservazione identitaria in una città già minacciata da un esodo al quale le nuove abitazioni di emergenza, se espulse dalla limitrofia rispetto alla cinta urbana, finirebbero col partecipare in modo preponderante. Vale a dire che la sistemazione promessa agli sfollati aquilani - in nome dell’emergenza dell’efficienza, della sostenibilità, della temporaneità dei prossimi dieci anni - dal progetto C.A.S.E. dovrebbe essere messa in atto non in una logica di separazione, ma riportando le famiglie il più vicino possibile rispetto a dove si era vissuto fino al sei aprile. Ciò per mantenere un senso dell’esistenza-nel-luogo che altrimenti minaccerebbe di degenerare in angoscia da spaesamento, cosa che avviene quando si è costretti alla distanza coatta da ciò che – nel senso più ampio del termine - si era costruito durante la vita, e per un futuro a cui si ha ancora diritto ad aspirare.

Purtroppo tali abitazioni, qualora vengano poste in gran parte fuori dalla cinta periferica, distinte dai confini urbani, rischiano di configurarsi come espressione di un moto di separazione, di allontanamento degli sfollati (e probabilmente, tramite ciò, di rimozione dell'evento catastrofico). In tal modo si delinea una cittadinanza di serie B, espulsa dal territorio urbano del comune, esiliata per anni (cinque? dieci? quindici?) in un’altrove rurale, dentro abitazioni che deturperanno luoghi in cui sarebbe stato più sensato pensare a un’edilizia in legno finalizzata unicamente all’alloggio degli sfollati dei paesi a cui il territorio pertiene. Per molti versi quest’allontanamento lascia pensare a una pulsione illusoria votata cancellare il sisma dal luogo espellendone le conseguenze: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Per altri versi è da tenere attentamente in considerazione che la costruzione di una periferia distanziata dagli attuali limiti urbani produce uno spazio urbano intermedio vuoto, perimetrando la città con una cinta larga dai cinque ai dieci chilometri di territorio rurale in bilico, di “verde precario” facile preda di future speculazioni edilizie.

Al posto di quest’anello disgiunto e distaccato dalla città, di questa vera e propria formazione sostitutiva praticata a mezzo di una strategia dell'altrove, andrebbe pensata una modalità di integrazione, che produca continuità con il vissuto. Solo ciò consentirebbe il mantenimento dei nessi esistenziali che sostengono il quotidiano, come momento di riproduzione concreta dell’orizzonte di valori domestici che fonda l’essere al mondo. È in merito da considerare che i rischi di ghettizzazione che molti già temono non derivano solo dal “come” (dalle caratteristiche intrinseche dei moduli abitativi) ma anche, e soprattutto, dal “dove” (dal luogo di collocazione, e da quanto è dato a vedere è lecito pensare che queste abitazioni si integrerebbero bene in una periferia urbana). “I casermoni che ci farà la Protezione Civile saranno un ghetto”, questa è la frase sentita dire, la visione che spesso trapela; Ancora, chiediamoci per cortesia: questi edifici saranno un ghetto per come sono progettati o per dove andranno posti? Bisogna fare attenzione: la creazione di habitat urbani permanenti decentrati e disgiunti dalla città si pone come elemento di rischio nella riproduzione dei nessi identitari, e finirebbe col rivelarsi come fattore di destrutturazione del genius-loci che conferisce significato al vivere. Ci si chiede come si possono incentivare gli sfollati urbani, mezza città, a non lasciare L’Aquila, ma finora si promette a molti di essi una sistemazione che rivela già una messa in esilio geografico dalla quotidianità che c’era prima del sei aprile.

Occorre porre l’accento su un fatto: L’aquila è ferita, ha bisogno di cure, di vicinanza, non di distanza, di separazione. La separazione si configura come una sorta di atto di crudeltà contro un malato infettivo, come premessa di abbandono, di condanna alla morte culturale di chi ha avuto la sfortuna del danno alla casa. Passato il tempo del cordoglio - dopo aver pianto e onorato gli estinti, ora, con il cuore spezzato dal dolore - siamo di fronte al fatto che questo terremoto ha procurato circa 10000 vivi, tutti senza più il centro storico, la fonte di riconoscimento identitario, il deposito di memoria collettiva in cui ogni vissuto trovava elementi culturali di riproduzione; tra questi ci sono molti che oltre a non avere più il centro storico sono anche realmente senzatetto, privati della casa, del supporto necessario per la quotidianità domestica, per la coltivazione delle abitudini intime che danno misura all’esistenza. Il progetto C.A.S.E. può significare un’operazione speculativa, un’urbanistica dalla forma imposta dalle istituzioni nazionali e dai criteri di localizzazione determinati da una comunicazione inefficace tra Protezione Civile e Comune. Ciò stravolge e deteriora la qualità della vita com’era prima del sei aprile. Nella peggiore delle ipotesi i poteri istituzionali speculeranno sulla produzione imponendo una forma abitativa unica per città e campagna, e quelli locali speculeranno imponendo una localizzazione rurale di artefatti urbani orientata a preservare il valore di terreni difesi dai potentati del posto.

All’opposto l’edilizia d’emergenza proposta potrebbe essere un passaggio di una ricostruzione verso un mondo locale che si vorrebbe almeno come era prima (mentre in molti sperano possa anche migliorare temendo il peggio allo stesso tempo). Chiedere un’edilizia di emergenza contigua ai luoghi e differenziata tra città e paesi significa farsi carico dell'evento, interpretarlo non come una vergogna da rimuovere altrove, bensì come un segno nel qui; un complesso architettonico a cui dare senso e che dia senso alla situazione. Per la città quest’anello di “case portate dal terremoto” può essere vissuto nella limitrofia come occasione per coltivare, nei tempi lunghi della ricostruzione, un’estetica dell’emergenza che è premessa per la ricostruzione di una volontà dell’essere in loco, e di riproduzione di una città che abbia delle caratteristiche di desiderabilità che possano mantenere le relazioni culturali ed economiche con la nazione e con il mondo. Il problema non è, come si è detto, la minaccia di ritrovarsi in “case popolari” (chi ha detto che sono intrinsecamente disumanizzanti?) ma di seminare sul territorio “case populiste” (quelle sì, lo sono). È inevitabile: per decine di anni a venire - forse per sempre - il terremoto che c’è stato diventerà come una scarificazione, un tatuaggio sulla pelle della città. Porterà segni a cui va dato senso se si vuole lottare per un futuro votato al supermento del trauma per mezzo di un processo di attraversamento consapevole che restituisca a L’Aquila almeno il rango di prima.

Inoltre occorre sottolineare che l’identità non è un qualcosa di inamovibile, e con tutta probabilità il terremoto causerà dei mutamenti profondi alla cultura antropologica dei luoghi che sono stati colpiti. Il problema sta nel fatto che nella situazione attuale si rischia di cambiare in peggio a causa del terremoto portato da competenze già dubbie e per giunta rese isteriche dalla velocità e la saturazione di informazioni entro cui – sempre - si svolge la politica dell’emergenza. Se la New Town proposta all’inizio dalla Protezione Civile (una sorta di L’Aquila2) poteva sembrare carica di rischi di mutamento radicale del “senso del prima”, quasi sicuramente l’attuale assetto deciso per questi alloggi, pur essendo partito da una volontà di difesa identitaria, si tradurrà un una New Town esplosa sul territorio, letteralmente dis-integrata, in quanto intrinsecamente carente dell’integrazione che avrebbe potuto garantire un corpo insediativo separato, ma prossimo alla città e organico, che avrebbe portato un’integrazione certamente “altra” rispetto a quella di prima del sei aprile, ma comunque un’integrazione urbana nel rispetto della differenza del territorio rurale.

Ricostruire l’aquilano riguarda un fatto di grandi opere pubbliche, e qui la carità rischia di tradursi più che in aiuto effettivo in una forma di propaganda paternalistica del potere costituito. Tutto ciò avviene, va detto, nella cornice di una politica nazionale dove il governo, mentre promette cifre per la ricostruzione intorno agli otto miliardi di euro, ha messo in piedi un carrozzone della solidarietà popolare che - tra gratta e vinci e trasmissioni televisive votate alla raccolta di offerte al minuto - satura l’opinione pubblica di un’atmosfera dell’elemosina che a lungo termine può portare distanziamento. Nel frattempo il governo tiene in caldo il progetto per il ponte sullo stretto di almeno quattro miliardi di euro; e, vergognoso, mentre ingrassa i media di regime con il défilé dell’ impegno, stanzia in silenzio 13 miliardi di euro per basi aree. Perché non mettere quei soldi, nel silenzio che si richiede all’aiuto per l’emergenza del terremoto, e chiedere alle donazioni i soldi delle basi aeree? Il giubilo di Bruno Vespa per i due milioni di euro spulciati agli italiani con gli sms se da un lato pare dire “ecco fatto! abbiamo risolto!” dall’altro nasconde ponti sullo stretto e basi aeree. Le reminiscenze scolastiche che accomunano tutti ricordano il monito manzoniano attraverso Don Ferrante alla moglie, che rimanda a questa sostanza: l’aiuto si fa concretamente e in silenzio, altrimenti è propaganda. Ancora una volta risulta problematico distinguere l’aiuto dallo sciacallaggio.

L’identità dell’Aquila e quella dei suoi abitanti è appesa a questo groviglio. Queste notti torno in tenda molto tardi e giro in macchina nella completa solitudine di una città vuota e percorsa solo dai lampeggianti delle forze dell’ordine. La città ha bisogno di essere attraversata per non morire, e io ho bisogno di attraversarla per non perdermi. Ieri alle tre di notte mi sono fermato davanti a una delle porte medievali che segnano l’inizio del centro storico. C’era un piantone militare, al bordo che separa la periferia residenziale di condomini feriti dalla città vecchia, che come un corpo in prognosi riservata è interdetto alle visite. Con un nodo in gola ho guardato la dentro la porta, ed è stato come affacciarsi alla stanza di un moribondo. Ho chiesto ai due soldati del piantone: “posso entrare per qualche metro dentro? vorrei solo stare per qualche minuto dentro il luogo dove lavoravo, dove passeggiavo, dove portavamo nostra figlia a prendere il gelato la domenica pomeriggio”. Mi hanno risposto freddamente “no, è zona rossa, non può entrare nessuno”. Penso alla vicenda recente della povera Eluana Englaro, al suo corpo costretto dalle macchine istituzionali a vivere senza l’anima, penso a L’Aquila, alla sua anima minacciata di morte perché è ora senza corpo. Stanotte proverò ancora.

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